Ma Milano No!
Meridionali Adulti Fuorisede
6 aprile 2026. Ultimo giorno di scuola. Valigie pronte. L’indomani un treno alta velocità con due posti prenotati in seconda classe, condurrà me e mia figlia in Abruzzo, dai nonni, per Pasqua. Il padre non può venire. Non vuole venire. Non si sa. Noi partiamo. Noi andiamo al mare. Il mare fa bene, elemento dell’anima, fatto fisico, e poi questa storia di restare a Milano nelle feste mi buca il cervello. Sono già tre anni che faccio qua il Natale. Pure la Pasqua no. Eccheccazzo.
1. La Pasqua una volta
Certo, non pretendo di agire come quando ero giovane, cioè under30, che prenotavo l’aereo il Giovedì Santo, dopo l’ufficio, per atterrare a Bari di sera, arrivare a casa un’ora più tardi, mangiare, lavarmi, cambiarmi, e poi uscire per la Processione dell’Addolorata a Taranto Vecchia, per restare fuori fino all’alba coi miei amici; e replicare l’indomani, con i Misteri del Venerdì Santo (non c’era alcuna devozione religiosa in tutto ciò, sia chiaro, era un tema di appartenenza, di socialità, di folklore). No, non pretendo tanto. Lo desidero molto, ma non lo pretendo. Forse non lo reggerei neppure fisicamente (sarei stanca, o l’umidità mi ammalerebbe), d’accordo. La vita è cambiata, non sono scema, certo. Per cominciare: i miei non vivono più in Puglia da un decennio.
Però restare a Milano no.
Mi spiace, non mi avrete mai, voi che decantate le mirabolanti qualità di Milano a Ferragosto, a Pasqua, a Natale, nei giorni di festa. Sorry, but no. Sì sì lo so, il fascino dello spopolamento urbano, le strade vuote, i parcheggi liberi, sì, lo so, but still no.
2. Il bisogno di tornare
Alla fine, nell’indecisione, nella procrastinazione, nelle limitate disponibilità finanziarie che contraddistinguono me (e una pletora di altre persone), e nel desiderio di ritorno che è comune a molti adulti meridionali che vivono a centinaia di chilometri di distanza dal luogo d’origine, ho deciso: andiamo dai nonni.
Sì perché essendo meridionale, per quanto inserita nel contesto in cui vivo, ho talvolta bisogno di tornare GIÙ (e mica torno ogni mese come un tempo, ma due-tre volte all’anno sì, mi sembra il minimo).
Da tre giorni, però, il tempo GIÙ è brutto.
Piove tanto, e senza sosta, mi dicono i miei.
“Ma s’aggiusta?” chiedo a mio padre, che per me resta autorità indiscussa sulle previsioni metereologiche. Sono così vintage, sentimentale e analogica, che preferisco sentirmelo dire da lui, invece che dall’app del telefono. È anche una scusa per fargli pronunciare delle parole, dato che è sempre più taciturno, il ragazzo. È l’indole, certo, non è mai stato un gran chiacchierone. È pure la malattia, forse, che fa il suo corso, perché certi corsi si intraprendono e non s’interrompono. Al massimo, si rallentano.
“Sì, a Pasqua dovrebbe essere bello” risponde.
3. Il bisogno di respirare
Mia mamma mi chiede cosa prepariamo da mangiare, le rispondo che non lo so, che non ho avuto nemmeno il tempo di pensarci, ma tanto siamo noi, non è importante, anzi, non deve mettermi all’ingrasso, ribadisco, quando mi notifica che scongelerà le melanzane ripiene, che io adorerò e mangerò più del dovuto, e già lo so, che mò ti trovi.
La verità è che sono troppo stanca. Avrei voluto trovare le energie per pensare e progettare, ma non ce l’ho fatta. Sono in riserva. Ho bisogno di allontanarmi fisicamente e mentalmente da una quotidianità che mi fagocita e mi mastica, tutto insieme, anche le cose belle, e tutto diventa un bolo gigantesco di scadenze, spese, cose da ricordare, prenotare o cancellare, produrre, fare, cui si sommano innumerevoli rotture di coglioni, che generano inutili tensioni, malumori, equivoci, dilemmi.
E io invece ho solo bisogno di fermarmi.
Ho bisogno di respirare.
Ho bisogno di vedere l’orizzonte.
Insomma, il tempo a Pasqua al Centro-Sud è previsto in miglioramento. L’app del telefono conferma. Da sabato sole pieno. Solo che noi dobbiamo partire giovedì.
4. Il messaggio di Trenitalia
La bambina non vede l’ora di andare, ed è già a letto a dormire quando alla vigilia del viaggio ricevo l’sms da Trenitalia. Lo apro mossa da un oscuro presagio.
Non può essere nulla di buono, se Trenitalia ti manda un sms. Non ti scrivono mai per dirti che ti hanno regalato un viaggio, che ti hanno fatto un upgrade gratuito in prima classe, che il treno ci metterà la metà del tempo. Mai.
Leggo. Il treno è soppresso.
Riprogrammate il viaggio o rinunciate per chiedere il rimborso, dice il messaggio. Come riprogrammate? Cosa riprogrammo che è tutto pieno.
Rinunciate. Come rinunciate?
No, io a Milano non ci voglio stare, come ve lo devo dire. Non è un capriccio, è questione di sopravvivenza psicologica, di ossigeno mentale, di necessità improrogabile di cambiare aria.
Quando finalmente riesco a parlare con un’operatrice dell’assistenza clienti, alla quale chiedo come mai non siano stati previsti mezzi sostitutivi, quella mi fa: “Signora, è esondato un fiume”. Il suo accento è siciliano e il suo tono suona un po’ come: “Signora, ma dove cazzo vive?” (a Milano, fuori dal mondo, nel mio personale burn out a tasso variabile, e lei?); ma anche “Signora, ma lei li legge i giornali?” (no, gentilissima, io leggo le newsletter su Substack, mica le breaking news — con quelle ho smesso dal covid — che infatti mi avrebbero informata del ciclone Erminio… io non so un cazzo, gentile operatrice, ha ragione anche lei, la ringrazio, buon lavoro)
5. Il disastro ambientale
Inizio a fare ricerche. Vedo foto. Video. Notizie in tempo reale. Continueranno a uscirmi aggiornamenti sul disastro climatico in quel pezzo di Italia che considero casa (essendo nata da padre tarantino e madre vastese) per tutti i giorni a seguire. Su quel pezzo di autostrada percorso centinaia di volte nella vita, con uno sconfinato inventario di umori possibili e oggi chiuso a causa della frana di Petacciato. È una specie di distruzione plastica di un pezzo della storia mia, ma mica solo mia, ciò che sta accadendo.
Per tutti i giorni a seguire, riflessioni sull’emergenza climatica si alterneranno con quelle sulla crisi energetica. Si intersecheranno. Creeranno una ragnatela spaventosa che mi si incollerà dentro, sospesa tra i dubbi e i timori, sul vuoto pneumatico dell’impotenza. E riecheggerà in me una sensazione tetra. Un pessimismo catastrofico. Questa crisi climatica che sentiamo arrivare da quando eravamo bambini, da quando ci parlavano del buco dell’ozono, e adesso è qui, e ci fa saltare i programmi, gli equilibri, le attese, le ricompense affettive di cui abbiamo bisogno. E sì, è tutto più complicato di così, certo, ma intanto già così è un casino. E quali siano le responsabilità politiche, e quali siano le responsabilità civili, e cosa si possa fare per uscire da questo pantano, non lo so.
So solo che questo mondo sta esplodendo e al tempo stesso implodendo in se stesso. So solo che questo futuro con la retromarcia, questa recessione su ogni fronte, questa bugia, questo imbroglio, l’ennesimo, di cui mi sento vittima, mi mettono in uno stato di sinistra allerta. Lo sono? Vittima, intendo. Non lo so. Mi ci sento? Sicuro. Perchè? Perché sono millennial e perché sono meridionale.
6. Essere meridionale
Cosa significa essere meridionale, vi chiederete. Significa aver compiuto una migrazione interna che non consenta la domenica di andare a pranzare con la famiglia d’origine, per esempio. Spesso neppure a Natale, se i voli costano troppo, se la benzina costa troppo, se i treni sono carissimi, oppure pieni.
Significa doversi misurare con l’impossibilità del ritorno nelle situazioni d’emergenza. Significa accontentarsi di trascorrere pochi giorni all’anno in quei luoghi che non sono solo lo spazio per la nostra puerile nostalgia canaglia, ma zolle della nostra identità e parte di un bagaglio che abbiamo portato lontano, spesso più lontano di molte delle persone con cui ci relazioniamo (mi capita spesso di chiedermi in situazioni sociali se io sia l’unica meridionale al tavolo, nella stanza, sul palco).
Per capirci meglio: meridionale non è “Mia nonna era calabrese quindi sono meridionale anche io”. No. Se sei nato al nord, e cresciuto al nord, e hai l’accento del nord, e se non hai vissuto un lungo periodo della tua vita al sud, se non ci hai fatto le scuole, se non ti sei infrattato in spiaggia di notte, se non hai fatto lì le albe con gli amici, se non hai mai fatto serata con 10 euro, due pizze e due birre mangiate in faccia al mare, se non ci hai trascorso i primi 10 o 20 anni, diciamo i più importanti in termini di imprinting, no, non sei meridionale.
Anzi è molto probabile che chi meridionale è, meridionale non si riconosca, perché noi non pensiamo a noi stessi come se fossimo una generica categoria razzista: il meridionale. Io sono per metà pugliese e per metà abruzzese; Gaia è siciliana, Andrea è campano, Francesca è molisana, Claudia è lucana, Irene è calabrese. E via dicendo. “Il meridionale” è uno stereotipo comodo per chi del Meridione non sa nulla, e ha funzionato storicamente da antesignano de “lo straniero” o de “l’africano”. Come se l’Africa fosse una cosa sola. Come se uno di Apricena in provincia di Foggia fosse uguale a uno di Catania. Del resto, nella mia umile esperienza, solo la gente del nord ci definisce “meridionali” e, quasi sempre, da sempre, con un certo disprezzo.
7. Meridionale e lo rivendico
E invece io “meridionale” lo rivendico, dopo diciott’anni a Milano e una certa esperienza in strisciante anti-meridionalismo classista. Lo rivendico eccome. Il fatto che io sia meridionale fa parte della mia storia, della mia identità, del mio vissuto, dei miei valori. Io non rinnego, non schifo e non mi vergogno, pur conoscendo i limiti e le contraddizioni di un territorio dal quale ho scelto, a suo tempo, non so se per ottimismo o per ingenuità, di andare via.
L’ho fatto come centinaia di migliaia di altri giovani del Sud Italia. L’ho fatto per le opportunità, per la “realizzazione”, perché viaggiare è una cosa che fa bene, perché apre all’incontro, al confronto, perché eravamo culturalmente figli dell’Europa Unita, che forse è rimasta più una promessa che altro, ma a me l’idea di dover usare il passaporto per andare a Londra pare ancora distopica.
Eravamo la generazione degli Erasmus e dell’Interrail. Soprattutto avevamo vissuto l’avvento delle compagnie aeree low cost e delle settimane a Barcellona con 300 euro tutto incluso: volo, vitto e alloggio. Ripeto: sei notti con 300 euro a Barcellona tutto incluso. Come cazzo è accaduto, adesso, che se di notti a Barcellona vuoi farne la metà, tra volo, vitto e alloggio devi spendere il quadruplo (se stai attento a risparmiare e mangi solo patatas bravas).
Insomma, sono andata via quando il mondo sembrava un posto più piccolo, un Villaggio Globale, che ci pareva così affascinante come suggestione e invece se c’avessimo pensato bene era una palese cagata. Tutti i problemi e il provincialismo e l’isolamento del villaggio, moltiplicati però in tutto il mondo.
8. Da Hormuz al Trigno, la libertà di movimento
Sono andata via quando tornare non era così difficile. Non lo era perché costava meno. Non lo era perché non esondavano i fiumi a Pasqua. Non lo era perché non esistevano pandemie globali da cent’anni. Non lo era perché ad aprile a Milano serviva ancora la giacca e la gente non andava in giro a maniche corte. Non lo era perché non c’erano tre guerre in contemporanea molto vicine. Non lo era perché non sapevamo cosa fosse lo Stretto di Hormuz ma adesso sì, lo sappiamo.
Allora invece non sapevamo un cazzo, mentre studiavamo all’Università per prendere una Laurea che ci sarebbe valsa un lavoro cannibalizzante e strutturalmente sottopagato, per ritrovarci poi dieci anni più tardi, troppo vecchi e troppo compromessi per avere il coraggio di dire: abbiamo sbagliato, spiacenti, andiamo via. Via dove? Via.
Allora non abbiamo pensato che tutto sarebbe cambiato, che avremmo magari avuto dei figli che sarebbero cresciuti lontani da zii, nonni, cugini, senza boschi, spiagge, campagne vicine, tra il cemento e il catrame, a pedalare su marciapiedi sconnessi pieni di merde di cane (questo, effettivamente, proprio come al sud). Allora non abbiamo pensato che i nostri genitori sarebbero diventati anziani. Allora non abbiamo pensato che qualcosa, qualunque cosa, dalla guerra energetica al Trigno esondato potesse limitare o inficiare la nostra libertà di movimento.
9. E siamo ancora qua
E siamo rimasti qua. A imbarcarci sul carro bestiame a Pasqua. A intasare gli aeroporti sperando di riuscire a decollare, perché abbiamo qualcuno che ci aspetta ogni volta che torniamo, da anni, a cuore aperto; perché non lo sappiamo quante altre volte riusciremo a vederci prima che la vita compia la sua naturale evoluzione in morte. E perché sì, ci vogliamo bene.
Siamo rimasti qui, noi meridionali, a incolonnarci come gli stronzi su autostrade pericolanti, in balia degli agenti atmosferici e del dissesto idrogeologico, per raggiungere i parenti rimasti giù, sempre più vecchi, più sordi, più fragili; o per tornare al Nord dopo averli rivisti. Per portare altrove i nostri figli, per far conoscere loro da dove veniamo, e per condividere con le prime persone che abbiamo amato nella vita, un po’ di quella vita adulta che abbiamo ritenuto opportuno vivere lontano.
Per respirare. Per vedere l’orizzonte. Per prendere le distanze. Per ricordare che un altro modo di vivere - migliore? Peggiore? Non è che dobbiamo mettere i voti - è possibile. E a volte basta non dimenticarlo.
Nel frattempo non si riescono a stimare i tempi che ci vorranno per riparare i danni sul litorale Adriatico meridionale. Non si sa se e quando la situazione sarà ripristinata. Non si sa quando quei territori torneranno accessibili e percorribili. E io non lo so se ce la faccio ad affrontare l’austerity estiva a Milano senza aria condizionata (first world problems, I know).
E lo dico come la compianta Ornella Vanoni, che non sapeva come ci sarebbe arrivata al Natale.
10. Conclusione
Alla fine per Pasqua siamo andati via da Milano. Siamo rimasti al Nord. In Veneto. Treviso prima, Venezia poi, al Lido per l’esattezza.
Almeno il mare, quello sì, l’ho rivisto.
E la bambina è stata felice lo stesso.
E la felicità sua è anche misura della felicità mia.
Della felicità nostra.
E va bene così.
Però che sbatti.
*Dove e quando ci vediamo dal vivo?*
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Assurdo come ogni santa volta che ti leggo, io scorra ogni singolo rigo pensando: "Anch'io"; "Esatto", "Troppo vero", al punto da chiedermi se non ci abbiano separato alla nascita. Sarà che siamo pugliesi entrambe e, circa, coetanee. Comunque sei sempre un portento di emozioni e vita!
Letto tutto d'un fiato con le lacrime che scendevano, "meridionale" anch'io, conto le feste non trascorse a CASA, l'imprinting di 20 anni Giù non si cancella neanche dopo 24 anni di vita trascorsi Sù.
Quello che scrivi è tutto vero..e chi si dimentica il buco dell'ozono..