Da che Pulpo!

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Separarsi o non separarsi?

per il "bene dei figli" e per il "bene di sé"

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Stella Pulpo
ott 10, 2025
∙ A pagamento

La domanda è la seguente: cosa fare quando si vive una relazione di coppia conflittuale e ci sono dei figli di mezzo?

L’argomento è emerso qualche tempo fa nella “Posta della Vagina”, la rubrica che tengo ogni morte di Papa su Instagram, nella quale metto la mia incommensurabile incoscienza al servizio dei dilemmi esistenziali delle lettrici.

Una donna mi ha scritto: “Se non ci fosse mia figlia, divorzierei oggi pomeriggio”. Casualmente, qualche giorno prima, mi aveva chiamata un’amica che non sentivo da tempo e nei vari aggiornamenti - com’è andata l’estate, come procede il nuovo anno scolastico, come stai tu - mi ha detto che se non ci avesse fatto due figli, avrebbe già lasciato il compagno.

Quando ho condiviso l’argomento con la community, ho ricevuto molte testimonianze da lettrici che mi hanno scritto NON nel ruolo di madri, di compagne o di mogli, bensì in quello di figlie.

Erano testimonianze di segno diametralmente opposto. Da un lato, c’erano le figlie di coppie divorziate che mi segnalavano quanto la separazione sia stata comunque un trauma, una specie di lutto che hanno dovuto elaborare per tutta la vita. Dall’altro, c’erano le figlie di coppie che sono rimaste insieme per tutta la vita, litigando su ogni cosa. Donne, oggi adulte, che hanno definito i propri genitori “immaturi e irrisolti, incapaci di assumersi la responsabilità della loro infelicità”. Mi hanno raccontato di madri e padri che, invece di sottrarle a un contesto familiare tossico, le hanno messe in mezzo nelle loro dispute, privandole di un’infanzia e di un’adolescenza serene.

Tutte le testimonianze che ho ricevuto erano per me valide e davano voce a esperienze diverse il cui esito era stato il medesimo: molti denari spesi in psicoterapia nei decenni a seguire.

Per tornare alla domanda originaria: la sensibilità corrente ci indurrebbe a rispondere che si può provare a fare del proprio meglio per salvare la relazione, anche ricorrendo all’ausilio di figure esterne, di supporto, pratico e psicologico, ove possibile e ove si disponga dei mezzi per procurarsi l’aiuto necessario, che si tratti di quello di un terapeuta, di una sessuologa, di un pedagogista o di una baby sitter. Dopodiché, poiché non tutti i danni sono riparabili e certe disfunzioni quando si cronicizzano non presentano concreti margini di miglioramento, è possibile che i tentativi di salvare il salvabile non vadano a buon fine.

A quel punto, ciò che il buon senso suggerisce, è la separazione. È opinione diffusa, infatti, che crescere tra due genitori litiganti e antagonisti costituisca trauma peggiore che crescere tra due genitori separati. Siamo nel nuovo millennio, del resto (anche se le spinte conservatrici ci pressano in altre direzioni) e un matrimonio su due si risolve in divorzio. Il mondo è pieno di genitori che si separano, di madri e padri single, anzi, formalmente, per concepire (sempre se hai i soldi, perché in Italia non è ancora possibile accedere a certe procedure) puoi andare all’estero e diventare madre senza un partner. Non siamo più negli Anni 80, non c’è mica lo stigma di una volta, dunque se continuate a litigare, lasciatevi e basta.

Questa però, per quanto legittima, è una posizione semplicistica rispetto alla complessità che si instaura nelle relazioni conflittuali. Gli elementi che sfuggono a chi dice “Lasciatevi, checcevò”, sono i seguenti:

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